Sabato 2 maggio il web e le pagine social si sono riempite di selfie che avevano come volto comune quello di Alex Zanardi. Il mondo ha reso omaggio al moderno Prometeo che guardava oltre favorendo il progresso. Il campione dalle due vite, il ribelle che ha liberato lo sport dai vincoli, il filantropo che ha donato agli uomini il fuoco della sua insaziabile passione per portarli all’Olimpo dei Giochi e scomparso proprio il Primo maggio.
Ricorda Francesca Porcellato: «Alle Olimpiadi di Rio 2016 corsi con le ruote che mi prestò, per lui quelle della mia handbike non erano performanti». Aggiunge Renato Di Rocco, ex presidente della Federciclimo/Paraciclismo: «Nei garage degli alberghi dove pernottavamo si ritagliava un angolo per lavorare sui cambi, sulla meccanica, le ruote». Lo precedeva il suo passato da pilota di Formula 1.
Il ricordo
Un velocista nel Dna. «È stato più di un compagno di squadra. Lo conobbi», rivela la Porcellato, «prima che diventasse un atleta paralimpico, era da poco uscito dall’ospedale e l’ho ritrovai nel paraciclismo». «Dopo Rio aveva fondato l’associazione Obiettivo 3 per portare almeno tre atleti ai Giochi e ci è riuscito, lui, Francesca e gli altri», è la voce di Lorenzo Roata che in Rai conduceva Sportabilia.
A Tokyo 2020 Zanardi non ci arrivò, il 19 giugno a Siena fu travolto da un camion. Di nuovo Di Rocco: «Mi chiese di unirmi per le due ultime tappe in Puglia attesi da ragazzi con disabilità intellettiva. Mi fece una bici attrezzata con il tricolore che mi tengo cara».
«Sono giorni particolari, tutti postano sui social foto con lui, immagini che fotografano la sua disponibilità. Non potete immaginare quante paste asciutte fredde ha mangiato - ancora la Porcellato - Se eravamo seduti a pranzo e qualcuno gli chiedeva un autografo, lui mollava tutto. Gli dicevamo “mangia che si fredda” ma il suo pane era la gente. Con i ragazzi creava la magia, era un grande comunicatore e non si stancavano di starlo a sentire. Il mio post? Noi a Rio dopo che avevamo vinto la medaglia e ci stavamo raccontando le nostre sensazioni a botta calda: in quel momento avevo accanto a me l’uomo che non stava sotto i riflettori».
Un cantastorie. Uno che quando raccontava lasciava tutti a bocca aperta. «A Rovere un sacerdote con un gruppo di ragazzi di Napoli gli chiese con garbo se finito di mangiare poteva fermarsi con loro. Erano le 8.30, rientrò dopo tre ore» conferma Di Rocco.
Aneddoti
Chissà che aneddoti ha loro raccontato. «Al mare vado tranquillo perchè i pesci non trovano le gambe da azzannare. A una signora che si voleva unire al gruppo disse che stava raccontando una storiella piccante con il garbo di bolognese».
Battute da bar. Ne ha raccolte molte Roata. «Mi racconta che durante un allenamento a Castel Maggiore finisce nel fosso e una signora che stava passando si mise ad urlare: “aiuto, ha perso le gambe” e lui rispose: “signora, basta una brugola del 7 e mi rimetto a posto».
All'atleta con l'eterno sorriso stampato in faccia non mancava un pizzico di amarezza, che confidava a pochi: “Finite le gare si tratteneva nelle piazze, fra le persone metteva la sua handbike a disposizione per invogliarle a provarla. Il suo rammarico era di non riuscire a intercettare proprio tutti. Aveva il fuoco dentro che voleva donare».